Il truma della guerra e la guerra come trauma

“Ettore, non stare lì ad affrontare quell’uomo, ti prego!

Non stare solo, lontano dagli altri, se non vuoi trovare presto la morte.

Il Pelide ti abbatterà: è molto più forte, lo sai,  

è senza pietà. Magari fosse caro agli Dei

quanto è caro a me: subito cani e avvoltoi lo mangerebbero,

steso là per terra; e il rancore tremendo mi andrebbe via dal cuore.

È stato lui a privarmi di tanti figli valorosi,

uccidendoli o vendendoli come schiavi in isole remote.

E anche ora, non riesco a scorgere i miei due ragazzi,

Licaone e Polidoro, dopo il rientro dei Troiani in città:

mi sono nati da Laotoe, sovrana fra le donne.

Ma se vivono ancora nel campo laggiù, sono certo

che potremo riscattarli con bronzo e oro; in casa ne abbiamo   

molto: me lo diede in dote per la figlia il vecchio Alte famoso.

Se però ormai sono morti e stanno nelle dimore di Ade,

sarà uno strazio per me e per sua madre, che li generammo:

invece per il resto del popolo il dolore sarà più lieve

se non muori anche tu sotto i colpi di Achille.  

Vieni dentro le mura, figlio mio! Così puoi salvare

Troiani e Troiane: non procurare questa grande gloria

al Pelide, non restare tu stesso privo della tua vita.

Abbi pietà di me infelice, non sono ancora uscito di senno,

me disgraziato! Il padre Cronide mi farà perire alla soglia    

estrema della vecchiaia, con una sorte dolorosa, tra le sciagure:

dovrò vedere i figli uccisi, le figlie trascinate via come schiave,

le stanze nuziali saccheggiate, i teneri bambini in fasce

sbattuti contro il suolo nella feroce mischia della lotta,

le nuore portate via dalle mani devastatrici degli Achei.  

E alla fine anche io, per ultimo, sulla soglia della reggia

sarò dilaniato dai cani ingordi dopo che qualcuno mi avrà tolto

la vita, colpendomi o infilzandomi con l’aguzza arma di bronzo;

proprio quei cani che allevavo nel palazzo, alla mensa, per far la guardia:

ecco, loro berranno il mio sangue e, dopo essersi saziati,  

si sdraieranno nel vestibolo. Per un giovane caduto in battaglia

non è sconveniente giacere sul campo, straziato dal bronzo affilato:

tutto è bello in lui, anche se è morto, quanto appare alla vista.

Ma quando viene ucciso un vecchio e i cani gli sbranano

il capo canuto, il mento bianco e le parti vergognose,  

allora quello è lo spettacolo più triste per i miseri mortali”.

Così diceva il vecchio e con le mani si tirava i capelli bianchi,

li strappando via dalla testa: non riusciva a convincere Ettore (Omero, Iliade).

Nei conflitti contemporanei il baricentro della sofferenza si è spostato sempre più sui civili. donne, bambini e anziani diventano bersagli diretti o indiretti di bombardamenti, sfollamenti, fame e perdita dei legami. Così come racconta <omero nella sua Illiade, le conseguenze sui civili sono devastanti. Nei bambini il trauma interferisce con lo sviluppo stesso: compromette l’attaccamento, la capacità di fidarsi, di pensare il futuro. Anche l’esposizione mediatica alla violenza può produrre stati di allarme, incubi, somatizzazioni.

La risposta al trauma non è lineare. Alcuni soggetti mostrano resilienza, altri un recupero graduale, altri ancora una sofferenza che riemerge anni dopo. La clinica ci insegna che la salute mentale è un equilibrio dinamico tra risorse e vulnerabilità, radicate non solo nella persona ma anche nel suo contesto relazionale, sociale e culturale.

Per questo il lavoro terapeutico non può limitarsi alla riduzione dei sintomi. Significa aiutare il sopravvissuto a ritrovare un senso di continuità, a reintegrare l’esperienza traumatica nella propria storia, a recuperare agency e appartenenza. La guerra spezza i legami; la cura, quando è possibile, li ricostruisce.

La guerra sui soldati

Quando parlo del PTSD o delle conseguenze del trauma e mi riferisco alla guerra, capita che qualcuno intervenga ricordando come il proprio nonno o bis nonno, abbia partecipato alla prima o seconda, guerra mondiale e al ritorno ha ripreso il lavoro come nulla fosse, senza parlarne mai. Gli orgogliosi nipoti riportano episodi che ricordano o che gli sono stati raccontati un po’ per dire: “allora il trauma non esisteva”, “erano più forti”, … In questo modo possono sottolineare la forza delle generazioni passate, o meglio la debolezza di quelle attuali dove l’assenza di una definizione psicopatologica sembrava testimoniare l’assenza di una sofferenza.

Rimango ogni volta colpita da queste osservazioni, che raccontano di uomini e donne, costretti a fare i conti con i loro traumi in silenzio, magari con una serie di strategie a loro funzionali per gestire l’eventuale malessere (esempio uso di alcool o droga o lavoro smodato…).

Quel silenzio non testimonia assenza di trauma, ma l’assenza di uno spazio simbolico e sociale in cui questo potesse essere raccontato. Quegli uomini hanno spesso portato la guerra dentro di sé, senza parole e senza cura.  Non avere conseguenze psicologiche se si è partecipato ad azioni di guerra è il frutto di attività, strumenti, risorse e situazioni che non sono sempre presenti.  Persone resilienti che non fanno parte del 15/20% dei soldati (stimati) che ha riportato ferite emotive in battaglia.

Il trauma della guerra, a mio parere, non è solo un evento soggettivo, viene modulato dal contesto sociale e culturale che accoglie o respinge l’esperienza del combattente.

L’immagine del soldato, e di conseguenza il suo reintegro post-bellico, è mutata radicalmente nel tempo, influenzando la gestione del suo carico traumatico. Ad esempio in Grecia antica la figura del guerriero era investita di un profondo valore simbolico e sociale. A Sparta, il potere (Kratos) era intrinsecamente legato alla Virtù (Areté, buon comportamento). Il combattente (oplita), l’aristocratico (Aristos), non era solo un professionista della guerra, ma il pilastro etico e politico della comunità. Gli Spartiati dedicavano la vita alla protezione della patria, godendo di un’autorità e un rispetto totali. Il loro sacrificio era immediatamente riconosciuto e ricompensato con il potere e la legittimazione.

Tutti lo onorano allo stesso modo, i giovani come i vecchi; molte sono le gioie che lo accompagnano prima che scenda nell’Ade. Invecchiando, egli eccelle tra i cittadini, e nessuno osa recargli offesa o negargli il giusto rispetto; ma tutti, i giovani, i suoi coetanei e i più anziani, gli cedono il posto d’onore quando egli avanza.” Tirteo (Frammento 12 West, versi 37-42).

Questa struttura forniva al guerriero un contenitore collettivo di significato: l’esperienza estrema aveva un senso per la comunità, e il reduce tornava a occupare un ruolo definito e onorato. Il riconoscimento sociale agiva come un potente fattore protettivo contro l’isolamento e la frammentazione identitaria post-traumatica, comunque presente.

Nel Medioevo, sebbene il contesto politico fosse diverso, la funzione sociale del soldato rimaneva elevata. La sua divisa sgargiante non solo ne definiva l’appartenenza (e preveniva la diserzione), ma lo rendeva visibile e riconoscibile al rientro. Tornando, poi, nel suo contesto, il reduce entrava nella taverna, nella piazza, negli spazi sociali, e poteva raccontare le sue gesta, si confrontava con i pari. Otteneva lodi, gratitudine e rispetto. La sua identità di eroe o di difensore veniva convalidata collettivamente.Non esisteva l’uniforme moderna, mimetica, ma livree, colori, stemmi e insegne che rendevano il militare immediatamente riconoscibile.Lo storico Johan Huizinga afferma infatti che il costume cavalleresco era per natura vistoso e simbolico. Colori, stemmi, insegne e livree trasformavano il guerriero in una figura leggibile nello spazio pubblico. Lo storico del Medioevo Georges Duby aggiunge che il cavaliere è un uomo che si mostra. Il suo abito, il suo scudo, i suoi colori lo rendono riconoscibile come membro di un ordine e come portatore di onore.

Il reduce diventa una figura pubblica, tutti sanno che è stato in guerra che ha combattuto e per chi si è battuto, non solo, i reduci potevano raccontare le loro gesta e la esperienza ma spesso gli era richiesto di farlo. Lo storico della guerra medievale John Keegan sottolinea che per il soldato medievale la taverna era l’equivalente della moderna associazione dei veterani: un luogo dove l’identità di combattente veniva confermata attraverso il racconto e l’ascolto. E lo storico sociale Peter Burke descrive le taverne medievali erano luoghi di scambio narrativo: soldati, marinai e mercenari vi costruivano la memoria delle proprie imprese.

Nel Medioevo quindi il soldato era un uomo visibile: i suoi colori, le sue insegne e la sua livrea lo rendevano riconoscibile nello spazio pubblico. Tornato dalla guerra, entrava nelle taverne e nei luoghi di ritrovo, dove narrava le proprie imprese e riceveva riconoscimento.

L’immaginario contemporaneo ha progressivamente dissolto questa funzione. Oggi, la divisa del soldato è mimetica: egli si confonde con l’ambiente per proteggere sé stesso, e l’esito della missione. Un’immagine che simboleggia anche una crescente invisibilità sociale, del soldato e dell’esercito. Il soldato moderno è un professionista, il cui ritorno è spesso ridotto a un compito svolto. Lo status di eroe è stato ceduto ad altri.

Questo mutamento ha avuto diverse conseguenze. I reduci del Vietnam rappresentano forse l’esempio più lacerante della rottura del patto sociale: sono tornati in una società che li ha abbandonati, privandoli di quel necessario contenitore collettivo che possa dare senso all’esperienza estrema vissuta. È in questo vuoto sociale che il trauma individuale trova il terreno fertile per prendere forma e cronicizzarsi.

Nonostante la crescente attenzione odierna alla salute mentale in ambito militare (con briefing e debriefing psicologici, test, analisi, supporto specialistico), il soldato che torna dalla guerra è un individuo in solitudine, privo del fondamentale sostegno narrativo e valoriale della comunità: la missione è segreta, l’abbigliamento è mimetico…

 Il riconoscimento del proprio ruolo non è più automatico, e la riacquisizione di agency[1] dopo il combattimento è lasciata quasi interamente al singolo.

Il Veteran Affair americano stima, ad esempio, prevalenze di DPTS che si aggirano nei veterani attorno al 30%, con effetti che spesso perdurano per tutta la vita (impattando anche sul contesto sociale e familiare dei militari). Similmente i soldati americani che erano di stanza in Afghanistan e Iraq mostravano tassi di prevalenza di DPTS e Depressione Maggiore tra il 14% e il 16% (Inoue et al., 2022).

Attualmente esistono metodi che si sono dimostrati efficaci per affrontare il disturbo post traumatico da stress come la psicoterapia, farmacoterapia e attività fisica. Ma allora perché si trova ancora così tanto il DPTS? Lo scarso accesso alle cure?

Il trauma, a mio parere, non solo deriva dall’orrore vissuto, ma anche dal fallimento del sistema sociale nell’accogliere, nominare e integrare quel vissuto nell’esperienza collettiva. L’ammettere un problema da parte del singolo deve essere accompagnato dal riconoscimento da parte dell’altro non solo che la propria sofferenza esiste, ma anche che deriva da un vissuto traumatico. La società stessa così si può prendere carico, anche in seguito, del agito del soldato, a favore della comunità.

La storia del PTSD

Nella battaglia di Maratona, Erodoto descrive dei sintomi avvicinabili al disturbo da stress post-traumatico. Raccontando la storia di un soldato che di fronte ad un nemico più grande e possente di lui, si blocca e diventa cieco. È il primo caso di sintomi mentali cronici causati dallo spavento improvviso sul campo di battaglia, scritto dallo storico greco nel 440 a.C.

Il soldato ateniese Epizelo di Cufagora, valoroso in battaglia, perse improvvisamente la vista,   rimanendo cieco, dopo aver visto un’apparizione terrificante. Un oplita (guerriero di fanteria) fantasma, gigantesco gli oscurò la vista, senza ferirlo ma uccidendo il suo compagno. Erodoto riporta la testimonianza dello stesso Epizelo, che descriveva questo “grande oplita” dalla barba scura come la causa del suo malessere. Una visione divina che segna per sempre la sua vita, ed avvenne durante la battaglia del 490 a.C.. Nella narrazione di Erodoto sono coinvolti gli dei ed il sistema di valori legato alla mitologia dell’epoca. Ma innegabilmente la sola descrizione sintomatologica è significativa:

A Maratona, secondo Erodoto, accadde un prodigio. Lui riporta la testimonianza di un tal Epizèlo, che perse la vista durante la battaglia di Maratona a causa di un’apparizione prodigiosa.

  Ἐν ταύτῃ τῇ ἐν Μαραθῶνι μάχῃ ἀπέθανον τῶν βαρβάρων κατὰ ἑξακισχιλίους καὶ τετρακοσίους ἄνδρας, Ἀθηναίων δὲ ἑκατὸν καὶ ἐνενήκοντα καὶ δύο· ἔπεσον μὲν ἀμφοτέρων τοσοῦτοι. Συνήνεικε δὲ αὐτόθι θῶμα γενέσθαι τοιόνδε· Ἀθηναῖον ἄνδρα Ἐπίζηλον τὸν Κουφαγόρεω ἐν τῇ συστάσι μαχόμενόν τε καὶ ἄνδρα γινόμενον ἀγαθὸν τῶν ὀμμάτων στερηθῆναι, οὔτε πληγέντα οὐδὲν τοῦ σώματος οὔτε βληθέντα, καὶ τὸ λοιπὸν τῆς ζόης διατελέειν ἀπὸ τούτου τοῦ χρόνου ἐόντα τυφλόν. Λέγειν δὲ αὐτὸν περὶ τοῦ πάθεος ἤκουσα τοιόνδε τινὰ λόγον· ἄνδρα οἱ δοκέειν ὁπλίτην ἀντιστῆναι μέγαν, τοῦ τὸ γένειον τὴν ἀσπίδα πᾶσαν σκιάζειν, τὸ δὲ φάσμα τοῦτο ἑωυτὸν μὲν παρεξελθεῖν, τὸν δὲ ἑωυτοῦ παραστάτην ἀποκτεῖναι. Ταῦτα μὲν δὴ Ἐπίζηλον ἐπυθόμην λέγειν. (Erodoto, Storie)  Traduzione: In questa battaglia di Maratona morirono circa 6400 dei barbari e 192 Ateniesi. Tanti caddero da una parte e dall’altra. Lì avvenne pure che si verificasse un fatto prodigioso di tal genere: un soldato ateniese, Epizelo figlio di Cufagora, mentre combatteva nella mischia e si comportava da uomo valoroso, perse la vista, senza essere stato ferito né colpito in alcuna parte del corpo, e, da allora in poi, trascorse tutto il resto della sua vita cieco [essendo cieco]. Ho sentito (dire) che lui a proposito della sua disgrazia narrava un racconto più o meno così: gli era parso che gli stesse di fronte un oplita gigantesco, la cui barba faceva ombra a tutto lo scudo; questa apparizione lo aveva oltrepassato, ma aveva ucciso il soldato al suo fianco. Così queste cose] venni a sapere che raccontava Epizelo. (Erodoto, Storie)  

Al di là della cornice mitologica, colpisce la precisione clinica: uno shock psichico che si traduce in un sintomo corporeo persistente. È una delle prime narrazioni di ciò che oggi chiameremmo disturbo post-traumatico.

Nel Novecento il trauma di guerra assume nomi diversi – shell shock, nevrosi da combattimento, collasso psichiatrico – ma il nucleo resta lo stesso: la mente non riesce a integrare l’esperienza di terrore e perdita. Flashback, incubi, paralisi, amnesia, incapacità di comunicare, aggressività, depressione sono modi attraverso cui il corpo e la psiche tentano di dare una forma a ciò che non è stato mentalizzato.

Le perdite tra i soldati per malattie psichiatriche sono state registrate fin dal 1860 fra i militari americani che venivano inviati a combattere. Fra di loro iniziò ad emergere anche la problematica del suicidio, arrivando a toccare la percentuale del 6% fra tutti i soldati inviati in occidente. Nel 1905 per la prima volta fu chiamato uno psichiatra al seguito delle truppe americane in Europa ed anche i Russi convocarono degli psichiatri per assistere i soldati dello zar che andavano a combattere contro i giapponesi. Sono stati gli psichiatri militari russi a parlare per primi di sordomutismo da guerra per quei soldati che dopo il combattimento non riuscivano più a parlare né ad udire.

Anche i medici inglesi e francesi lo osservarono nella I Guerra Mondiale, tuttavia parlarono di shock da bomba in quanto erano conseguenza di una vicina esplosione e si pensava a lesioni cerebrali o del timpano. Oggi sarebbero inquadrate come reazioni emotive al combattimento e diagnosticabili come sintomi nevrotici di conversione.

Nella Prima guerra mondiale, alcuni veterani tornarono feriti, ma non con evidenti ferite fisiche. I loro sintomi erano invece del tutto simili a quelli che in precedenza erano stati associati a donne isteriche e come conseguenza alla loro sofferenza furono rinchiusi nei manicomi: non perché malati “in sé”, ma perché portatori di una sofferenza che la società non voleva riconoscere.

Shell Shock

 Il termine shell shock[2] fu utilizzato da Charles Myers nel 1915 sulla rivista medica “The Lancet” per definire una serie di disturbi riportati da molti soldati ed ufficiali durante la prima guerra mondiale. Myers ipotizzò che le lesioni cerebrali fossero una conseguenza della vicinanza ai bombardamenti, diretta conseguenza dell’avvelenamento da monossido di carbonio e del rumore eccessivo. I sintomi, però erano presenti anche in soldati che non erano nei pressi delle zone di bombardamento.

A guerra terminata, con le battaglie finite, i soldati mantenevano i sintomi sviluppati durante i combattimenti: avevano mutismo, stati stuporosi, allucinazioni, ansia, tendenze suicide, aggressività ingiustificata, squilibrio e depressione. E ancora palpitazioni, tremori, paralisi.
I soldati vennero portati nei manicomi, dove spesso la terapia consisteva nell’elettroshock.
In Italia venne ritenuto sconveniente attribuire alla guerra i traumi psichici riportati dai militari, 40.000 uomini con disturbi mentali finirono rinchiusi nei manicomi statali.


La gente iniziò a chiamarli “scemi di guerra”. Venivano spesso accusati di simulazione, codardia o diserzione con conseguenze drammatiche, molti furono fucilati o subirono terapie brutali, prima che la loro patologia venisse riconosciuta come vera malattia, anticipando la comprensione moderna della psicopatologia di guerra. Uno studio utile per comprendere come la pazzia possa essere considerata un irrazionale tentativo di fuga da quella che in effetti rappresentò la vera follia ovvero la guerra di massa.


Nevrosi da guerra

Con la Seconda Guerra Mondiale, gli psichiatri riconobbero che i combattimenti avrebbero potuto avere conseguenze sulla salute mentale. L’ipotesi era che nella I guerra mondiale erano stati scelti uomini inclini all’ansia o a tendenze nevrotiche.

Ma nonostante screening e la decisione di non arruolare soggetti a rischio, circa il doppio dei soldati americani mostravano sintomi di PTSD durante la Seconda Guerra Mondiale rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Questa volta la loro condizione fu chiamata collasso psichiatrico, stanchezza da combattimento o nevrosi da guerra. Durante la seconda guerra mondiale iniziò a definirsi la reazione di shock e ritiro intrapsichico come breakdown mentale e, non disponendo gli psichiatri delle conoscenze psicopatologiche di oggi, spiegarono tale evento come conseguente ad una debolezza mentale del soggetto, cui si associava anche la vigliaccheria.

Il Combat Stress Reaction, sostituisce lo shell shock (considerato più legato al mondo dei bombardamenti a trincea, shock da granate), e definisce la reazione psicologica al trauma di combattimento, più che un danno fisico cerebrale. La Seconda Guerra Mondiale ha causato diffusi collassi psichici e disturbi da stress, evoluzione dello shell shock della I Guerra Mondiale, che si manifestavano con ansia, depressione, ipervigilanza, disturbi del sonno e amnesia, sia nei soldati (come combat stress o 1000 yard stare[3]) che nella popolazione civile (con reazioni come sonnolenza protettiva). Il trauma si manifestava con sintomi di stress post-traumatico (DPTS), anche qui spesso liquidato come codardia, ma che oggi riconosciamo come vere e proprie patologie mentali derivanti da terrore, violenza e impotenza.

Viene coniato il termine 1000 yard stare per descrivere lo sguardo fisso e vuoto dei soldati traumatizzati, manifestazione della dissociazione. Tali reazioni erano dovute all’esposizione a violenza estrema, bombardamenti aerei e terrore, portando a sintomi come l’immobilizzazione protettiva (sonno appunto), aggressività, o isolamento, spesso mal compresi e trattati con terapie inadeguate come elettroshock o con l’accusa di simulazione, sebbene l’impatto psicologico fosse profondo e duraturo. 

La risposta ai sintomi era spesso lasciata al militare che finiva per fare uso alcol, droghe, come cura dei sintomi invalidanti col rischio di peggiorare la situazione di vita, mentre venivano accusati, come nella Prima guerra mondiale (e presumibilmente in molte altre precedenti), di codardia, diserzione o di fingere malesseri per ottenere il congedo. 

I soldati dei vari fronti di guerra, compresi gli italiani, arrestati mentre fuggivano in preda allo shock emotivo, furono condannati e giustiziati nei tribunali militari con l’accusa di vigliaccheria. Solo recentemente il Ministero della Difesa inglese ha riabilitato i militari giustiziati per codardia affermando che non si trattava di soldati pavidi ma di ammalati psichiatrici. Non erano militari con debolezza mentale e viltà, bensì sofferenti delle naturali conseguenze della guerra.

In Italia abbiamo alcune testimonianze di questi stati di malessere dai racconti dei veterani.  Un esempio è la descrizione della campagna di Russia della II Guerra Mondiale di Giancarlo Fusco nel suo libro “La Lunga Marcia”. Durante la ritirata dalla Russia i soldati italiani (ma non solo) si portavano dietro dei desperados, o più spesso vengono chiamati genericamente sbandati:

Tutti i giorni, specialmente sull’imbrunire, molti soldati impazzivano. Soprattutto nella fiumana degli sbandati, sempre più numerosi e abbrutiti. Quei fantasmi covavano in silenzio la loro follia, assieme alle torture della fame e del freddo. Gli occhi, un po’ alla volta, si smorzavano, diventavano torbidi e fissi, perdevano quell’espressione di ansietà, di paura, ch’è ancora un segno di attaccamento alla vita. Le gambe, legnose, marciavano meccanicamente. Poi, all’improvviso, la molla si spezzava. Il tarlo divoratore, annidato nel cervello, aveva compiuto scrupolosamente il suo lavoro. Alcuni, con un ruggito, si avventavano sui compagni, cercandone la gola con le dita uncinate. Trasformati in belve, venivano trattati come belve. Qualche amico, in un ultimo slancio di umanità, cercava di riportarli alla ragione chiamandoli forte per nome. Ma quei disgraziati erano già troppo lontani, sulla strada della pazzia, per udire il richiamo. Spaventati dagli urli e dalla reazione violenta degli aggrediti, diventavano ancora più furibondi e pericolosi. Le manovre per immobilizzarli li incattivivano. Grandinavano i calci e i pugni, alla cieca, col furore implacabile di un linciaggio. Altri, senza una parola, abbandonavano la colonna, curvi, fissando attentamente la neve, come se cercassero un oggetto smarrito. Si fermavano un istante, davano ancora un’occhiata alla interminabile processio-vano disossati. Restavano li, in una strana posizione, ne, poi si afflosciavano sul margine della strada. Pare né seduti né sdraiati, né sul fianco né sulla schiena, muti, vuoti, rassegnati alla terribile morte bianca. Non avevano più ricordi. La speranza, sulle loro spalle, era diventata un sacco di piombo. Qualcuno cercava di sottrarli alla loro sorte, incitandoli a proseguire, scuotendoli, tirandoli su. Facevano stancamente di no, con la testa. Fra le palpebre arrossate, appesantite, l’ultimo sguardo filtrava già duro, opaco, senza vedere, come quello dei morti (pag. 130-131).

Lassù allineati di fronte al crinale, minuscoli e immobili, gli sbandati assistevano, come dalla gradinata più alta di uno stadio, alla micidiale partita che alpini e russi stavano giocando in fondo alla conca. Improvvisamente, tagliarono il cielo già crepuscolare alcuni caccia-bombardieri sovietici, che lasciarono cadere sugli spettatori della battaglia spezzoni e piccole bombe. L’ondata del fuggi fuggi, fra invocazioni, invettive e grida inarticolate, bestiali, si ripercosse su quelli che bivaccavano più indietro. La risacca dei terrorizzati travolse uomini e cose, con la violenza di un maremoto (pag. 160).

Gli alpini dovevano fendere, metro per metro, la selva compatta degli sbandati, passivi come tronchi d’albero, resistenti come intrecci di ramaglie, a forza di urli, pedate, ceffoni, colpi distribuiti alla cieca col calcio del moschetto. Bisognava salvare quei naufraghi della steppa loro malgrado. La luce illanguidiva rapidamente. Il tempo stringeva. Il primo brivido della notte era già nell’aria. In qualche caso, per aprire un passaggio in quella giungla umana, abulica, torpida, aggrappata esclusivamente all’istinto di conservazione, bisognò sparare. Purtroppo, non sempre in aria (pag. 159)


Sindrome post-Vietnam

Durante la Guerra del Vietnam, 1955-1975, il termine passò da reazione da forte stress a disturbi adattivi della vita adulta.

Nel 1972 lo psichiatra Chaim Shatan coniò il termine Sindrome post-Vietnam. Il termine è nato per descrivere le reazioni psichiche dei veterani del Vietnam che, a differenza dei soldati della Seconda Guerra Mondiale, tornavano spesso in patria in un contesto sociale ostile o indifferente. Caratterizzata da flashback, incubi, ansia, ipervigilanza[4] ed evitamento, depressione, senso di colpa del sopravvissuto, anestesia affettiva (difficoltà a provare emozioni) e rabbia.

Alcuni reduci del Vietnam, tornati a casa da anni, erano afflitti da torpore emotivo, instabilità, flashback e rabbia, una condizione psicologica invalidante. Spesso auto curata con alcol, droga, sonniferi. La difficoltà per i veterani di tornare alla normalità e reintegrarsi nella società civile era legata alle manifestazioni della sindrome post traumatica. I sintomi più comuni l’aggressività, la depressione e lo squilibrio emotivo che li caratterizzavano li rendevano persone sgradite, una instabilità da marginalizzare,  in un momento storico in cui il vissuto del combattimento non era riconosciuto come una possibile situazione traumatizzante. I veterani con la sindrome mostravano un rischio più elevato di suicidio e autolesionismo. La presa in carico dei veterani ha stimolato la ricerca scientifica sui traumi di guerra.

Furono proprio gli studi sui reduci che hanno portato al formale riconoscimento della diagnosi nel DSM III (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders III edizione) il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali edizione del 1980. Prima di questa data, come per le altre guerre e gli altri soldati, tali disturbi venivano definiti simulazione o “lavativismo”, trattati in modo inadeguato o confinati nell’ambito della codardia. Dodici anni dopo, è stata adottata anche nella Classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 Per la diagnosi i sintomi devono persistere per oltre un mese, per la diagnosi di PTSD, ma nel caso dei reduci del Vietnam, molti di loro hanno sofferto di questa condizione per decenni. 
Il trattamento del PTSD prevede approcci psicoterapeutici (in particolare la terapia cognitivo-comportamentale) e, in alcuni casi, interventi farmacologici per gestire ansia e depressione. 

Dalla prima manifestazione documentata della Prima guerra mondiale è passata più di un secolo; tuttavia, la stima effettuata allora che il 50% dei soldati inviati al fronte manifestava, o subito o successivamente, una reazione psicopatologica vale ancora oggi.

Nella letteratura recente, al termine breakdown mentale si sono progressivamente sostituiti quelli di reazione al combattimento e reazione allo stress da combattimento, a indicare l’insieme dei disturbi che insorgono durante il combattimento o immediatamente dopo l’esperienza bellica.

Breakdown mentale, Post-Traumatic Stress Disorder, e altre conseguenze della guerra

Il ruolo del breakdown mentale nelle guerre moderne non va interpretato come espressione di fragilità individuale, ma come conseguenza dell’estremo livello di distruttività e di stress psichico che accompagna i conflitti contemporanei. Già nel 1945 gli psichiatri militari osservavano come la pressione psicologica che deriva dal pericolo costante di morte o invalidità fosse sufficiente a determinare il crollo anche dei soldati più resistenti. I volti sconvolti di chi fuggiva dal fronte che esprimevano una grande disperazione, i tremori, i singhiozzi, i racconti ossessivi di esplosioni e di compagni feriti o uccisi testimoniavano l’impossibilità di abituarsi alla prossimità continua con la morte. Anche con l’idea, sempre presente, in modo sia esplicito che implicito, che il prossimo a morire potrei essere io (soldato).  Questo rappresenta il prezzo più alto che la guerra impone, più dei costi economici o materiali: una sofferenza difficilmente quantificabile, che rende il breakdown mentale la voce più onerosa di ogni bilancio bellico. 

L’essere umano reagisce alla minaccia, dal punto di vista delle dinamiche psicologiche, secondo tre modalità fondamentali: la lotta, la fuga o l’inibizione. In condizioni normali, cessato il pericolo, l’equilibrio psicofisico tende a ristabilirsi; quando però l’esposizione alla minaccia sia molto intensa o si prolunga nel tempo, come nell’attesa o nella ripetizione del combattimento, lo stato di allerta permanente impedisce il recupero e favorisce l’instaurarsi di patologie fisiche e psichiche. Causando una situazione stressante nell’individuo esposto alle minacce per la sua vita.

Il trauma psichico può essere inteso come l’effetto dell’impatto di eventi sconvolgenti sulla mente dell’individuo, eventi che producono una frattura interna poiché la coscienza non riesce a integrare memorie provenienti da eventi drammatici e violenti o da un passato segnato da esperienze aggressive e dolorose. Nel singolo come nel gruppo, la risposta al trauma tende ad articolarsi secondo una sequenza di fasi che rappresentano il tentativo dell’organismo di far fronte alla rottura dell’equilibrio precedente. La fase iniziale di shock, caratterizzata da una reazione emotiva immediata di stupore e inibizione di fronte a un evento inatteso e imprevedibile. Una situazione che interrompe bruscamente la continuità dell’esperienza come un terremoto, un grave incidente stradale, un bombardamento….

La seconda fase è di ritiro: il pericolo immediato cessa, il soggetto inizia a prendere consapevolezza della portata di quanto accaduto e delle conseguenze nella propria vita.

La terza fase, quella dell’adattamento, segna il tentativo di elaborare l’esperienza e di costruire nuove risposte alla realtà trasformata.

Quando questo processo evolutivo non procede in modo naturale e completo, si struttura una patologia mentale che può risultare invalidante quanto una lesione fisica.

Una fase di shock non superata o un ritiro intrapsichico non risolto si trasforma in una perdita funzionale, che costringe la persona sofferente all’allontanamento dalle attività quotidiane e il ricovero in strutture sanitarie di tipo medico o psichiatrico.

Il breakdown mentale rappresenta, secondo gli studi più recenti, la patologia di più frequente riscontro nella popolazione militare impegnata in combattimento.

Le dinamiche psicologiche alla base del breakdown mentale (e delle altre forme psicopatologiche), sono legate alle tre modalità naturali con cui l’uomo reagisce ai pericoli ed alle minacce: il combattimento (la lotta), l’evitamento (la fuga) o lo svenimento (l’inibizione e la simulazione della morte).

Una volta passato il pericolo le reazioni tendono a scomparire e l’equilibrio psicologico e fisico della persona tornano alla normalità. Tuttavia se la situazione del pericolo o della minaccia dura a lungo, l’organismo umano permane in uno stato di forte tensione e di allarme che impedisce il recupero del fisiologico equilibrio psicofisico e vengono ad instaurarsi delle patologie sia fisiche che psichiche.

Lo shock emotivo provocato dal combattimento è uno stress di intensità tale da provocare l’esaurimento delle capacità di reazione e di adattamento psicofisico da parte dell’organismo, compaiono quindi sintomi acuti che richiedono un immediato trattamento in quanto oltrepassano le capacità del singolo individuo di farvi fronte. La psicopatologia, dal breakdown iniziale al disturbo acuto da stress e successivamente al disturbo post-traumatico da stress, si viene a sviluppare in quattro fasi: nella prima fase, detta dello shock emotivo, che dura circa 5-7 giorni, compare una angoscia molto intensa e la somatizzazione di questa forte tensione conduce il soldato a bere ed urinare molto spesso, l’appetito viene perso, c’è molta sudorazione, il cibo viene rifiutato, c’è una istabilità vasomotoria con oscillazioni molto forti della pressione arteriosa, ed infine c’è un continuo tremore; il soldato non è in grado di eseguire gli ordini che gli vengono impartiti.

Nella seconda fase, poi, che dura circa 2 settimane, permango le reazioni somatiche molto forti e compare un forte bisogno di attaccamento ad una figura protettiva, come il medico, l’infermiere, il commilitone amico, il comandante diretto; in questa fase il soldato è in grado di eseguire gli ordini che gli vengono impartiti.

Nella terza fase, inoltre, che dura circa una settimana, iniziano a manifestarsi i sintomi del cosiddetto disadattamento (o di “esaurimento” delle risorse psicofisiche), per cui compare una forte astenia, una disappetenza continua e l’insonnia notturna (al pari dei depressi maggiori, il soldato dorme solo di giorno); ricompaiono i sintomi della paura ed evita qualsiasi esposizione a qualsiasi forma di minaccia; è facilmente irritabile ed ha continui scoppi d’ira;
Infine nella quarta fase, che inizia dopo 5 settimane di permanenza al fronte successivamente all’esposizione ad una trauma psichico, inizia la crisi vera e propria; il soldato inizia a sentirsi disperato, crede che verrà sicuramente ucciso o ferito, non riesce ad eseguire neanche gli ordini più semplici; le funzioni cognitive come l’attenzione, la concentrazione e la memoria sono profondamente alterate o disturbate; in questa fase il soldato può reagire in modo impulsivo a qualsiasi tipo di stimolo, come ad esempio iniziando a correre o verso il nemico o cercando di fuggire.

Lo shock emotivo da combattimento quindi rappresenta uno stress di intensità tale da esaurire le capacità di adattamento dell’organismo, dando luogo a una progressione psicopatologica che può articolarsi in quattro fasi. Nella fase iniziale, della durata di circa cinque-sette giorni, compaiono angoscia intensa, marcata attivazione neurovegetativa, tremori, instabilità pressoria, sudorazione, perdita dell’appetito e incapacità di eseguire gli ordini. Nella seconda fase, che si prolunga per circa due settimane, persistono le reazioni somatiche e emerge un intenso bisogno di attaccamento a figure protettive. Nella terza fase compaiono segni di esaurimento psicofisico, insonnia, irritabilità, evitamento e scoppi d’ira. La quarta ed ultima fase segna la crisi vera e propria, con disperazione, compromissione delle funzioni cognitive e risposte impulsive e disorganizzate agli stimoli.

Il disturbo Disturbo Acuto da Stress invece è una reazione psicologica intensa e temporanea a un evento traumatico (guerre, incidenti, violenze, catastrofi) che si manifesta entro 4 settimane dall’evento, con sintomi come flashback, ansia, evitamento e dissociazione. Il disturbo acuto da stress è una reazione intensa, sgradevole e anormale che inizia poco dopo un evento traumatico e dura da 3 giorni a 6 mesi. Se persiste, può evolvere in disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Queste reazioni allo stress comprendono: manifestare un aumento dell’ansia, rivivere mentalmente l’evento traumatico in modo intrusivo ed incontrollabile, evitare ciò che ricorda il trauma, avere uno stato d’animo negativo, sintomi di tipo dissociativi (tra cui derealizzazione e amnesia) e mostrare un aumento del aurosal. Per esempio a vittima potrebbe sentirsi emotivamente intorpidita e distaccata da sé stessa. Potrebbe sentirsi irreale. Potrebbe ricordare il trauma in modo improvviso e vivido in un momento di relax o durante una attività quotidiana. Il grado di sofferenza dopo un evento traumatico nei soggetti con disturbo acuto da stress tende a essere superiore rispetto a quello osservato nei soggetti con disturbo di adattamento. Non si conosce la percentuale dei soggetti affetti, la possibilità di svilupparla è maggiore quando gli eventi traumatici sono molto gravi o ricorrenti (Trauma di tipo I o II).

L’evoluzione del quadro psicopatologico non dipende dalla fragilità di personalità, ma dall’intensità e dalla durata dell’esposizione allo stress. Il tipo di personalità può condizionare la presenza e la manifestazione di alcuni tipi di sintomi (stato confusionale, sintomi da conversione, angoscia ossessioni, …), non della presenza o assenza della sindrome da stress.  La presenza di una sintomatologia psichiatrica, anche lieve, riduce drasticamente o annulla la capacità di combattimento nei soldati e richiede un intervento tempestivo. Va curato il più presto e se possibile vicino al luogo del trauma. Il trattamento è orientato al recupero funzionale attraverso un’integrazione di trattamenti farmacologici e psicoterapeutici brevi.

In questo continuum psicopatologico si colloca il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), ultimo e più grave possibile esito di un evento critico abnorme detto trauma (terremoti, incendi, nubifragi, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, attentati, azioni belliche o ricorrenti, etc.).

 Avere vissuto un’esperienza critica di per sé non genera un disturbo post-traumatico. La prevalenza è di circa il 6-8%, con una variabilità dovuta al tipo di evento.

L’esordio del disturbo post traumatico da stress avviene dopo un periodo di latenza
che può durare mesi/anni. Il disturbo tende a cronicizzare, ovvero i sintomi non si attenuano col tempo, richiedendo un trattamento psicoterapeutico tempestivo. Non ogni esperienza traumatica evolve in PTSD, non si è sicuri di quale esperienza possa avere su di noi un tale impatto da non essere integrabile con il nostro vissuto. Per il fatto che l’esordio è spesso ritardato e ha un decorso tendenzialmente cronico, bisognerebbe monitorare con attenzione coloro che hanno affrontato un trauma importate ed informare i soggetti coinvolti della possibilità di sviluppare un disturbo.

Le vittime possibili sono divise in tre gruppi: primarie ovvero coloro che hanno subito personalmente l’evento traumatico; secondarie, invece, sono i testimoni diretti dell’evento, o i parenti delle vittime primarie (ad esempio, nel caso di un lutto); infine terziarie, il personale di soccorso (volontario o professionale) che si trova ad operare con le vittime primarie o secondarie. Daglil studi è emerso come l’assistere ad un evento traumatico può comportare un trauma vicario. Ovvero una forma di stress traumatico secondario che colpisce chi ascolta o assiste alle sofferenze altrui, spesso operatori sanitari, soccorritori o psicologi, sviluppando sintomi simili al PTSD (intrusione, evitamento, ipervigilanza) senza aver subito direttamente l’evento. Deriva dall’empatia e può alterare negativamente la visione del mondo e la salute mentale di chi cura.

È fondamentale attivare dei percorsi per aumentare la consapevolezza nei soggetti a rischio della possibilità di essere colpiti da un disturbo da breakdown, perché lo possano riconoscere e chiedere aiuto tempestivamente.

Il disturbo acuto da stress e il disturbo da stress post-traumatico sono psicopatologie correlate al trauma e a fattori stressanti. Storicamente considerati disturbi d’ansia, ora sono valutati in modo distinto, visto che molti dei pazienti che ne sono affetti non hanno ansia. Questi presentano invece una sintomatologia comune e complessa descritta con la tipica triade sintomatologica: per prima cosa le intrusioni sotto forma di flashback e incubi. Le persone affette da PTSD hanno ricordi improvvisi che si manifestano in modo molto vivido e sono accompagnati da emozioni dolorose e dal ‘rivivere’ il dramma. A volte, l’esperienza è talmente forte da far sembrare all’individuo coinvolto che l’evento traumatico si stia ripetendo.

L’evitamento degli stimoli associati al trauma e alla mancata elaborazione. L’individuo cerca di evitare contatti con chiunque e con qualunque cosa che lo riporti al trauma. Inizialmente, la persona sperimenta uno stato emozionale di disinteresse e di distacco, riducendo la sua capacità di interazione emotiva e riuscendo a condurre solo attività semplici e di routine. La mancata elaborazione emozionale causa un accumulo di ansia e tensione che può cronicizzate portando a veri e propri stati depressivi. Al tempo stesso si manifesta frequentemente il senso di colpa.

Ipersensibilità e ipervigilanza, è l’ultimo vertice della triade sintomatologica: uno stato persistente di iperattivazione psicofisiologica, caratterizzato da insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensione generalizzata, le persone si comportano come se fossero costantemente minacciate dal trauma, sempre sul chi va là, controllano le uscite ad esempio per poter scappare, guardano alternativamente davanti e dietro di sé. Reagiscono in modo violento e improvviso, non riescono a concentrarsi, hanno problemi di memoria e si sentono costantemente in pericolo.

Secondo il National Institute of Mental Health (NIMH) americano, caratteristica del PTSD è il fatto che la vittima rivive ripetutamente l’esperienza traumatizzante sotto forma di flashback, ricordi, incubi o in occasione di anniversari e commemorazioni. Le persone affette da PTSD manifestano difficoltà al controllo delle emozioni, irritabilità, rabbia improvvisa o confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia, ma anche la determinazione a evitare qualunque atto che li costringa a ricordare l’evento traumatico. Un altro sintomo molto diffuso è il senso di colpa, per essere sopravvissuti o non aver potuto salvare altri individui. Dal punto di vista più prettamente fisico, alcuni sintomi sono dolori al torace, capogiri, problemi gastrointestinali, emicranie, indebolimento del sistema immunitario. La diagnosi di PTSD arriva quando, sempre secondo il NIMH, il paziente presenta i sintomi caratteristici per un periodo di oltre un mese dall’evento che li ha causati. Il NIMH evidenzia che la diagnosi non sempre viene effettuata in modo sistemico, e in molti casi i pazienti da PTSD vengono trattati solo per i sintomi più prettamente fisici, senza una adeguata considerazione del quadro complessivo.

A volte, per alleviare il proprio stato di dolore, le persone si rivolgono al consumo di alcol o di droghe. Una persona affetta da PTSD può anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere quindi a rischio di comportamenti suicidi.

Gran parte delle conoscenze attuali sulla gestione del PTSD deriva proprio dall’esperienza psichiatrica militare. Gli studi in questo campo forniscono elementi, principi e pratiche che dovrebbero essere applicati sia in ambito militare e non militare. Le ricerche infatti hanno evidenziato l’importanza degli interventi precoci: il prima possibile dopo l’esperienza traumatica, è importante la creazione di un ambiente terapeutico sicuro, di supporto progettato per un ritorno rapido alle normali attività e trattamenti integrati farmacologici e psicoterapeutici (come l’esposizione al ricordo traumatico).

L’evoluzione psicopatologica del breakdown mentale non dipende dalla fragilità psicologica del paziente, bensì dall’intensità e dalla durata dell’esposizione allo stimolo stressante.

Tuttavia, le linee guida attuali mostrano ancora una limitata solidità delle evidenze, a causa della scarsità degli studi clinici, soprattutto in ambito farmacologico. Questo rende necessaria un’ulteriore integrazione tra ricerca neuroscientifica e pratica clinica, affinché le acquisizioni sulla paura e sul trauma possano tradursi in strumenti terapeutici sempre più efficaci per le vittime della guerra e della violenza.

I civili e la guerra

Nei conflitti moderni il numero di vittime civili supera quello dei militari, una tendenza avviata con la Prima Guerra Mondiale e intensificatasi nella Seconda, quando i civili costituirono circa il 70% delle vittime. Oggi questa sproporzione ha raggiunto livelli ancora più elevati: gli attacchi aerei producono la maggior parte dei danni nelle aree popolate e il diritto alla salute pubblica diventa un vero e proprio diritto sospeso a causa della distruzione di ospedali e infrastrutture.

 Il ruolo delle vittime si è trasformato in maniera profonda: questo a causa di attacchi indiretti, armi esplosive, carestie, malattie, sfollamenti e violenza di genere, trasformando la popolazione civile nel bersaglio principale e non più in un semplice danno collaterale.

Se si guarda alla traiettoria storica, appare come la Prima guerra mondiale è stato una sorta di spartiacque. Fino ad allora le guerre erano prevalentemente combattute tra eserciti professionali, pur in presenza di rivolte e conflitti popolari che coinvolgevano anche i civili, non sempre in modo numericamente dominante. Con la Prima guerra mondiale (1914–1918) circa il 90% delle vittime fu militare, ma il blocco navale inglese causò centinaia di migliaia di morti civili per fame, creando un precedente nella storia della guerra moderna. Nella Seconda guerra mondiale (1939–1945) la proporzione si invertì: i civili rappresentarono circa il 50–75% del totale delle vittime, oltre 50 milioni di persone, superando il numero dei militari a causa dei bombardamenti a tappeto e delle atrocità su larga scala. Nei conflitti contemporanei, dal 1990 a oggi, questa tendenza si è ulteriormente accentuata: si parla di circa il 90% di vittime civili. I conflitti in Gaza, Ucraina, Sudan, Myanmar e Siria mostrano come donne, bambini e anziani siano al centro degli attacchi, spesso attraverso l’uso di armi esplosive che producono un aumento esponenziale di feriti e morti.

Le cause di questo cambiamento sono molteplici. Sul piano tecnologico, l’evoluzione delle armi – in particolare bombardamenti aerei e artiglieria – ha reso più facile colpire a distanza e  coinvolgere la popolazione civile. Sul piano psicologico e politico, la guerra moderna ha visto una diluizione della responsabilità individuale, con una minore empatia verso le popolazioni civili, come già mostrava il blocco navale nella Prima guerra mondiale. A questo si aggiunge la trasformazione della natura dei conflitti: sempre più guerre sono interne o asimmetriche, dove la distinzione tra combattenti e non combattenti si fa porosa e gruppi non statali attaccano deliberatamente i civili. In questo scenario, l’uso sistematico di armi esplosive in aree popolate rappresenta oggi la causa principale dell’aumento delle vittime civili, come evidenziato anche dai dati del 2024.

Il vissuto traumatico della guerra nei civili comporta gravi conseguenze psicologiche: disturbo post-traumatico da stress (PTSD), ansia, depressione, difficoltà di concentrazione, con un compromesso duraturo della salute mentale e fisica. In donne e bambini, storicamente esclusi da una partecipazione attiva ai combattimenti, possono emergere sensi di colpa, disorientamento esistenziale e disturbi dell’attaccamento. Queste psicopatologie alterano profondamente la vita quotidiana, le relazioni e la capacità di adattamento, favorendo cinismo, rabbia e isolamento.

Sul piano sintomatologico, si osservano frequentemente sintomi intrusivi – come flashback, incubi e ricordi involontari ricorrenti – insieme a condotte di evitamento di luoghi, persone o attività che richiamano il trauma. Sono comuni alterazioni cognitive ed emotive, tra cui umore irritabile, depressione, ansia, senso di colpa, vergogna, rabbia, perdita di interesse, cinismo, disumanizzazione, difficoltà empatiche e disorientamento esistenziale. A ciò si associano stati di iperattivazione fisiologica, con ipervigilanza, reazioni di trasalimento esagerate, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione, oltre a fenomeni dissociativi come separazione tra l’evento traumatico e le emozioni associate, utilizzata come meccanismo di difesa.

Gli impatti del vissuto della guerra assume forme specifiche nelle diverse fasi della vita. Nei bambini il trauma interferisce direttamente con lo sviluppo, producendo disturbi dell’attenzione, problemi di memoria, difficoltà nell’attaccamento e, in alcuni casi, sentimenti di odio o desiderio di vendetta. Negli adulti possono emergere burnout emotivo, senso di impotenza e disperazione, insieme a una visione del mondo frammentata, con perdita di fiducia nelle istituzioni e negli altri.

Nel lungo periodo si osserva un aumento significativo della prevalenza di PTSD, depressione e ansia, con tassi fino a due o tre volte superiori rispetto alla popolazione generale, oltre alla comparsa di disturbi dello spettro traumatico, che includono abuso di sostanze, disturbi alimentari e problemi di identità. Ne derivano difficoltà persistenti nel ricostruire una vita normale e nel creare legami sicuri, con un impatto profondo sulla salute pubblica e sulla coesione sociale.

I bambini vittime del trauma bellico

Purtroppo tra le vittime privilegiate dei conflitti contemporanei vi sono i bambini, sui quali la guerra esercita un impatto profondo e duraturo. Indipendentemente dalle caratteristiche specifiche di un conflitto o di un atto di terrore, distruzione, dolore e morte interferiscono con lo sviluppo psicosociale e con le aspettative sulla vita futura di chi lo subisce. La revisione della letteratura scientifica condotta dal Gruppo di Studio per i diritti del bambino della SIP mostra come l’esposizione alla violenza comporti innanzitutto una perdita di opportunità fondamentali: l’interruzione dell’istruzione a causa degli spostamenti forzati nei campi profughi, la crescita in condizioni di miseria e insicurezza, la compromissione della possibilità di costruire relazioni sociali stabili. Nei bambini con disabilità cognitive o fisiche tale vulnerabilità risulta ulteriormente accentuata, per l’impossibilità di ricevere una presa in carico adeguata.

Ai rischi immediati di morte, ferite, malattia, acquisizione di disabilità, tortura, rapimento e violenza sessuale si associano conseguenze psicologiche persistenti. Le perdite e l’interruzione della continuità di vita favoriscono l’insorgenza di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, con esiti rilevanti sul funzionamento emotivo e relazionale. Particolarmente critica è la perdita di un genitore, evento che incide sullo stato di salute a breve e lungo termine.

Accanto al trauma diretto assumono rilievo anche gli effetti indiretti: l’esposizione alle immagini di guerra attraverso i media (anche i social per gli adolescenti) coinvolge bambini e ragazzi che non vivono il conflitto in prima persona ma ne subiscono l’impatto emotivo. Ancora privi delle competenze necessarie per elaborare informazioni così perturbanti. La sofferenza si esprime così spesso attraverso irrequietezza, agitazione, scoppi di rabbia, paure notturne, incubi, disturbi del sonno, timore dell’abbandono e sintomi somatici.

In questo contesto il ruolo dei caregiver. I bambini si affidano agli adulti per fronteggiare l’evento stressante e necessitano di rassicurazioni e spiegazioni plausibili. La resilienza non appare come una disposizione innata, ma come una competenza sostenuta dalla presenza di almeno una relazione stabile e da un lavoro di équipe sociosanitaria, chiamata a prevenire il danno, a riconoscere precocemente i segnali di distress e a promuovere, insieme alle famiglie, processi di protezione e adattamento.

Conseguenze a lungo termine del trauma bellico

Negli ultimi decenni il pensiero sul trauma si è progressivamente ampliato per rispondere alla sua intrinseca complessità. I modelli più recenti non si limitano a una lettura lineare dell’evento traumatico, ma considerano l’intreccio dinamico tra fattori psicosociali, politici ed ecologici che agiscono simultaneamente sui diversi ambiti della vita dei sopravvissuti, contribuendo a modellarne le risposte psicologiche. Nella prospettiva cumulativa, il trauma introduce una dimensione temporale fondamentale: l’evento non è un punto isolato, ma un processo che si sviluppa lungo l’intera traiettoria di vita, nella continua interazione tra individuo e ambiente.

Il concetto di traumatizzazione sequenziale approfondisce ulteriormente questa visione, evidenziando come i mutamenti del contesto storico e ambientale si intreccino nel tempo con le esperienze traumatiche, dando luogo a configurazioni variabili sia per qualità sia per intensità. A ciò si affianca la teoria della conservazione delle risorse (COR), che individua il nucleo del rischio psicopatologico nella perdita di risorse personali, materiali e relazionali. Il trauma, in questa ottica, consuma progressivamente le capacità di adattamento dell’individuo, rendendolo più vulnerabile agli stress successivi e creando un circolo di impoverimento che incide sulla salute mentale.

Le critiche alla scarsa sensibilità culturale del concetto di PTSD hanno favorito lo sviluppo del Costruttivismo Sociale, che invita a comprendere il vissuto traumatico a partire dai contesti culturali specifici (prospettiva emica), piuttosto che attraverso categorie universalistiche (prospettiva etica). Centrale diventa il processo di attribuzione di significato: è attraverso di esso che l’individuo media l’impatto dell’esperienza traumatica. Questo orientamento sottolinea l’importanza di riconoscere gli idiomi locali del disagio, i modelli di ricerca di aiuto e le risorse presenti nei contesti di vita, così da costruire interventi realmente pertinenti. Il modello contestuale integrativo, unendo prospettiva evolutiva ed ecologica, descrive la salute mentale come un equilibrio mobile tra risorse di resilienza e fattori di danno, radicati nei diversi livelli dell’ambiente.

In questa direzione si collocano gli studi di George Bonanno[5], che mettono in discussione l’idea di una risposta uniforme al trauma, evidenziando invece conseguenze diverse: resilienza, recupero, esordio ritardato e cronicità. Si tratta di una visione dimensionale, che restituisce la variabilità dei percorsi individuali. Analogamente, il modello ADAPT individua cinque pilastri psicosociali: sicurezza, legami, giustizia, identità e significato. La loro compromissione contribuisce allo sviluppo della psicopatologia e diverse forme di sofferenza (es. rabbia, depressione, PTSD). Il venir meno della sicurezza può alimentare sintomi post-traumatici, mentre la percezione di ingiustizia può sostenere vissuti persistenti di rabbia.

Il quadro del trauma basato sullo sviluppo (DBTF) introduce una logica non lineare, a soglia, e propone il Disturbo da Trauma Cumulativo (CTD) come costrutto capace di comprendere configurazioni psicopatologiche complesse e transdiagnostiche, spesso in comorbilità con il PTSD. Ne deriva una concezione della salute mentale come equilibrio tra fattori di rischio e risorse protettive distribuiti su più livelli: micro (caratteristiche individuali), meso (relazioni e contesti di vita), eso (ambiente socio-politico) e macro (sistemi culturali e simbolici).

Quando questo equilibrio si altera, compaiono diverse risposte possibili: resiliente (pochi o nessun sintomo), convalescente (sintomi iniziali poi recupero), ritardata (sintomi emergono nel tempo), infine cronica (sofferenza persistente).

In particolare, nelle forme ritardate emergono delle conseguenze meno evidenti del trauma: manifestazioni mutevoli come dissociazione, difficoltà di attaccamento, alterazioni identitarie, vergogna, colpa e rabbia. Questi non si presentano in modo stabile ma attraversano la vita del soggetto, spesso senza essere riconosciute come esiti del trauma originario. Questi fenomeni risultano talvolta invisibili sia al paziente sia al clinico, proprio perché non immediatamente riconducibili a una causalità lineare.

La storia evolutiva gioca un ruolo decisivo: un’infanzia supportiva può costituire un fattore protettivo duraturo, mentre contesti sfavorevoli aumentano la vulnerabilità nel tempo. Nei quadri ritardati e cronici, la scarsità di risorse e gli stili di coping disfunzionali contribuiscono al mantenimento dei sintomi, soprattutto in condizioni di stress prolungato. L’invecchiamento stesso può accentuare tale vulnerabilità, riducendo l’accesso alle risorse.

La strada dei soggetti con risposta ritardata appare spesso come un percorso fragile, un equilibrio mantenuto a costo elevato. L’evitamento dell’esperienza traumatica impedisce l’integrazione nella memoria autobiografica, alimentando un circolo vizioso di ansia, insicurezza e auto-valutazioni negative. Nel tempo, questo può condurre a scompensi e alla comparsa di manifestazioni psicopatologiche più evidenti, fino a forme tardive di PTSD.

In questo scenario, l’intervento psicoterapeutico non può limitarsi alla riduzione sintomatica, ma deve mirare a restituire senso, continuità e agency alla persona: riattivare le risorse, ricostruire legami, riaprire possibilità di futuro. Fondamentale è l’individuazione del trauma originario e la costruzione di una catena di causalità che colleghi gli eventi alle manifestazioni successive, permettendo al paziente di riconoscere la propria storia in una prospettiva di sviluppo.

Gli approcci terapeutici più efficaci come la Narrative Exposure Therapy, l’EMDR, la CBT, insieme agli interventi corporei come la Somatic Experiencing e la psicoterapia sensomotoria, integrano esposizione, rielaborazione cognitiva e lavoro sul corpo. Il processo di cura si orienta verso la costruzione di una coerenza tra significati globali e situazionali, riducendo la ruminazione e favorendo nuove modalità di coping, regolazione emotiva e apertura alla speranza.

Infine, le ricerche più recenti mostrano come il trauma possa lasciare tracce anche sul piano biologico, attraverso meccanismi epigenetici che influenzano l’espressione genica e possono trasmettersi tra generazioni. Questo dato amplia ulteriormente lo sguardo clinico: il trauma non appartiene solo al passato né solo all’individuo, ma si inscrive in una continuità che attraversa corpi, relazioni e storie familiari.

In questa prospettiva, comprendere il trauma significa accettarne la complessità, riconoscerne le trasformazioni nel tempo e restituire al soggetto la possibilità di riscrivere la propria esperienza in una narrazione dotata di senso.


La diagnosi, pur necessaria, rischia di diventare una lente riduttiva. Non tutti i sopravvissuti rientrano nei criteri nosografici di PTSD, eppure molti vivono conseguenze profonde: disturbi dell’attaccamento, dissociazione, vergogna, rabbia, fratture dell’identità, danni morali. Sono gli effetti del trauma, meno evidenti o ad esordio tardivo che emergono in modo ritardato durante il corso della vita. Questi corrono il rischio di essere diagnosticati in modo errato, aiutati in modo inadeguato o sotto trattati, e possono rimanere legalmente non riconosciuti e non tutelati.

Gli effetti dell’esposizione prolungata alla guerra e alla violenza non si esauriscono nella diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, ma si esprimono nel tempo attraverso una costellazione di manifestazioni spesso meno visibili, ma non per questo meno incisive. Accanto ai quadri conclamati, emergono stati dissociativi, difficoltà nei legami di attaccamento, modificazioni dell’immagine di sé e della personalità, vissuti persistenti di colpa, vergogna e rabbia, problematiche identitarie, ferite morali, comportamenti di abuso di sostanze, alterazioni delle convinzioni di base sulla sicurezza del mondo e del Sé, nonché sensazioni corporee connesse a una costante attivazione dello stress.

Tali esiti non si presentano in modo uniforme né immutabile, ma tendono a modificarsi nel corso della vita, attenuandosi, trasformandosi o riattivandosi in relazione alle fasi evolutive, alle risorse disponibili e ai contesti relazionali. Gli impatti del trauma trovano una cornice interpretativa nei modelli teorici che permettono di comprendere le complesse interazioni tra resilienza, vulnerabilità psicologica, ambiente e tempo.

Queste dinamiche non seguono traiettorie lineari, ma si configurano come processi cumulativi, nei quali la somma di esperienze potenzialmente traumatiche può, in determinati momenti, superare una soglia critica, favorendo l’emergere di quadri psicopatologici. In questa prospettiva, il disagio non è riconducibile a un singolo evento, ma si costruisce nel tempo all’interno della storia soggettiva e relazionale della persona.

Considerare gli effetti psicologici della violenza come uno spettro di fenomeni mutevoli lungo l’arco di vita e imparare a riconoscerne le espressioni meno evidenti consente di orientare in modo più adeguato gli interventi clinici, sociali e giuridici, sia nel breve che nel lungo periodo. Tale approccio risulta particolarmente rilevante nel lavoro con i rifugiati sopravvissuti a guerre e persecuzioni, nei quali la prevalenza del PTSD oscilla in modo significativo, dal 1% fino al 40%, a testimonianza della complessa interazione tra trauma, risorse individuali e contesti di accoglienza.

Il disturbo post-traumatico da stress si presenta raramente come una condizione isolata, ma tende piuttosto a intrecciarsi con altre forme di sofferenza psicopatologica lungo il corso della vita. La maggior parte dei soggetti che sviluppano un PTSD – fino al 90% – manifesta infatti almeno un disturbo in comorbidità. Tra le associazioni più frequenti si riscontrano quadri depressivi, forme di abuso o dipendenza da alcol, altri disturbi d’ansia e, con crescente evidenza, configurazioni riconducibili al disturbo borderline di personalità.

In una quota significativa di casi, il disturbo non emerge immediatamente dopo l’evento traumatico, ma si manifesta in forma ritardata, anche a distanza di anni: ciò avviene nel 38,2% dei militari e nel 15,3% dei civili esposti a esperienze estreme. Questo andamento differito conferma come il trauma non si esaurisca nell’immediatezza dell’evento, ma continui ad agire nel tempo, intrecciandosi con i passaggi evolutivi, le relazioni significative e le condizioni di vita successive.

All’aumentare della gravità del disagio psichico, aumentano parallelamente le difficoltà nell’accesso ai percorsi di cura. Veterani e sopravvissuti civili si trovano spesso disorientati di fronte alla complessità dei servizi sanitari, con il rischio di una frammentazione degli interventi e di una discontinuità assistenziale. Le ricerche sull’accessibilità delle cure evidenziano inoltre come anche le persone migranti e rifugiate, pur nella loro eterogeneità, incontrino ostacoli rilevanti nell’utilizzo dei servizi, legati a barriere linguistiche, culturali, amministrative e relazionali.

L’enfasi predominante posta sul PTSD nella letteratura scientifica e nella ricerca clinica è stata progressivamente oggetto di critica, in quanto tende a ridurre la complessità delle risposte umane al trauma a una distinzione rigida tra presenza o assenza di patologia. Tale impostazione rischia di semplificare eccessivamente l’esperienza soggettiva, trascurando la molteplicità delle forme attraverso cui la sofferenza può esprimersi nel corso della vita.

La pratica clinica mostra, al contrario, come i sopravvissuti al trauma presentino spesso una gamma ampia e mutevole di manifestazioni psicopatologiche, che riflettono differenti modalità di adattamento e di tentativo di integrazione dell’esperienza traumatica. Sono vissuti silenziosi, e poco riconoscibili, ancora insufficientemente esplorati sul piano teorico ed empirico.

Attribuire a tali dimensioni uno spazio maggiore nella ricerca e nella clinica significa riconoscere la natura processuale, relazionale ed evolutiva della sofferenza traumatica, e orientare gli interventi verso una presa in carico più complessa, continuativa e rispettosa della storia soggettiva di ciascun indivivissuti

Conclusioni

Il trauma da guerra si configura come un’esperienza complessa e multilivello, che non può essere compresa né trattata come un evento circoscritto nel tempo.

L’analisi degli effetti psicologici della guerra evidenzia come il trauma non possa essere ridotto a un singolo evento né a una categoria diagnostica unitaria, ma debba essere inteso come un processo complesso, cumulativo e non lineare, che si sviluppa nel tempo attraverso l’interazione tra individuo, contesto e storia di vita. Esso si inscrive nella traiettoria esistenziale dell’individuo, modificando progressivamente gli equilibri tra vulnerabilità e risorse e dando luogo a esiti eterogenei. In questa prospettiva, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) rappresenta solo una delle possibili manifestazioni del danno, pur mantenendo un ruolo centrale sul piano clinico e istituzionale, in quanto spesso necessario per accedere a cure specialistiche e a forme di riconoscimento legale o risarcitorio.

Accanto alle manifestazioni più evidenti si collocano conseguenze meno riconoscibili: stati dissociativi, difficoltà di attaccamento, modificazioni della personalità, sentimenti di colpa, vergogna e rabbia, alterazioni dell’identità, danni morali, uso di sostanze e vissuti corporei legati all’attivazione cronica dello stress. Tali fenomeni non seguono un decorso stabile, ma tendono a trasformarsi nel tempo, emergendo lungo l’arco della vita in relazione all’interazione tra fattori individuali e contestuali. Le dinamiche tra resilienza, danno psicologico, contesto e tempo risultano quindi centrali per comprendere l’evoluzione degli esiti post-traumatici, che possono manifestarsi anche tardivamente, soprattutto in presenza di un accumulo di esperienze traumatiche.

La concezione del trauma proposta da Bessel van der Kolk, che lo descrive come un’esperienza capace di lasciare un’impronta duratura non solo nella memoria narrativa ma anche nel corpo e nei sistemi neurobiologici, consente di coglierne la natura pervasiva e multisfaccettata. Il trauma, infatti, non si esaurisce nel ricordo di un evento passato, ma continua a manifestarsi sia attraverso sintomi evidenti e invalidanti, sia mediante modalità più sfumate che influenzano profondamente la vita della persona. Queste manifestazioni sottosoglia come ad esempio stati di iperattivazione, dissociazione e difficoltà di regolazione emotiva, pur non configurandosi sempre in quadri diagnostici definiti, risultano clinicamente rilevanti e si inscrivono nei processi somatici e relazionali.

I dati evidenziano come il PTSD nei sopravvissuti a guerre e violenze presenti una prevalenza variabile, in particolare tra i rifugiati, e sia frequentemente associato a comorbidità quali depressione, disturbi d’ansia, abuso di alcol e, in alcuni casi, disturbi di personalità. Inoltre, una quota significativa di soggetti sviluppa forme ritardate del disturbo, a conferma della natura processuale del trauma. Nonostante ciò, l’accesso alle cure rimane spesso ostacolato, soprattutto per le popolazioni migranti, evidenziando la necessità di sistemi di presa in carico più accessibili e culturalmente sensibili.

In questa prospettiva, la salute mentale può essere intesa come un equilibrio dinamico tra vulnerabilità e risorse, distribuite su più livelli: individuale, relazionale, sociale e culturale e soggette a continue trasformazioni nel tempo. Le traiettorie di risposta al trauma risultano pertanto eterogenee: accanto a percorsi resilienti o di recupero, si osservano forme ritardate e croniche, nelle quali il disagio può emergere anche a distanza di anni. In tali casi, come suggerisce anche la prospettiva di van der Kolk, il corpo diventa il luogo in cui il trauma continua a esprimersi, spesso al di fuori della consapevolezza narrativa.

Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla trasmissione intergenerazionale del trauma. Le evidenze provenienti dagli studi epigenetici indicano che l’esposizione a stress estremi può modificare l’espressione genica, contribuendo a trasmettere la vulnerabilità alle generazioni successive. In questo senso, la guerra non termina con la cessazione delle ostilità, ma prosegue nei corpi, nelle relazioni e nelle storie familiari.

Alla luce di tali considerazioni, appare necessario superare una visione riduttiva centrata esclusivamente sulla diagnosi di PTSD, adottando una prospettiva dimensionale, evolutiva e integrata, capace di includere la complessità degli esiti traumatici. L’intervento clinico non può limitarsi alla riduzione sintomatica, ma deve mirare a restituire continuità, significato e senso di agency, attraverso percorsi terapeutici che integrino dimensioni cognitive, emotive e corporee.

Il trattamento del trauma, quindi, richiede di coinvolgere il corpo oltre che la mente, favorendo processi di regolazione, integrazione e riconnessione. Attraverso un lavoro clinico articolato diventa possibile trasformare l’esperienza traumatica da frammento dissociato a parte integrata della storia personale, riaprendo così la possibilità di un futuro pensabile.

Un’attenzione particolare va rivolta all’infanzia. Nei bambini, la guerra compromette profondamente lo sviluppo psicosociale, sottraendo opportunità educative, relazionali e di crescita. I rischi immediati come morte, ferite, violenze, si accompagnano a conseguenze a lungo termine, tra cui ansia, depressione e PTSD. Anche l’esposizione indiretta, attraverso i media, può generare vissuti di paura e disorganizzazione emotiva, che i bambini faticano a verbalizzare e tendono a esprimere attraverso il comportamento o il corpo. In questo senso, la presenza di caregiver stabili e capaci di offrire contenimento emotivo rappresenta un fattore protettivo fondamentale, così come il lavoro integrato tra famiglie e operatori sanitari nella promozione della resilienza.

Infine, il trauma non si esaurisce nell’individuo, ma si estende oltre la singola esistenza. Riconoscere la pluralità delle risposte traumatiche, integrare la comprensione dei possibili esiti e promuovere interventi flessibili e sensibili al contesto rappresentano passaggi essenziali per una presa in carico efficace. Il lavoro clinico, in questa prospettiva, si orienta non solo alla riduzione dei sintomi, ma alla ricostruzione di significato, al recupero del senso di continuità del sé e alla possibilità, per i sopravvissuti, di riaprire uno spazio di futuro.


[1] capacità di “sentirsi di nuovo protagonisti della propria vita” dopo che il trauma ha tolto ogni controllo

[2] traducibile in italiano come shock da combattimento

[3] “Sindrome dello sguardo a 1000 iarde” (thousand-yard stare) indica uno sguardo vuoto, fisso e distante, tipico di soldati o vittime di traumi estremi, che indica un profondo distacco emotivo, dissociazione o shock. Un termine descrittivo legato al Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). 

[4] Ipervigilanza (Iperarousal): Stato di allerta costante, insonnia, irritabilità ed esagerate reazioni di trasalimento.

[5] Bonanno et al.

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