Io chi sono? Quando si tradisce se stessi: il Falso sé

… noi abbiamo solo il nostro sé con cui vivere e affrontare il mondo. Se non riusciamo a essere noi stessi certamente non possiamo appropriarci di un altro sé, per quanto possiamo desiderarlo. Ogni sé è diverso da tutti gli altri, è unico e la salute mentale dipende dall’accettazione di questa unicità. ROLLO MAY THOMAS

Il falso sé è un concetto che fu descritto da Donald Winnicott, psicoanalista e pediatra inglese e descrive una modalità patologica di sviluppo dell’identità. Nei primi stadi dello sviluppo infantile, è possibile che il bambino non trovi nella madre rispecchiamento dei suoi bisogni e desideri, ma anzi, la richiesta di assecondare i suoi bisogni e desideri. In questo modo il bambino impara a basare il proprio senso di identità nell’accondiscendere alle richieste altrui.

Winnicott definisce la madre come il primo ambiente di cui un essere umano dispone, la base del suo successivo sviluppo. Specialmente nei primi mesi di vita la madre rappresenta il mondo del neonato, che può essere: una “madre sufficientemente buona” quando offre le giuste attenzioni al bambino in modo spontaneo e sincero, è l’ambiente di cui il bambino ha bisogno. Non è perfetta, non esagera con le attenzioni, tuttavia non trascura il bambino. Questa madre dà vita ad un true self(vero sé). Invece abbiamo una “madre normalmente devota” quando sviluppa un eccessivo attaccamento o un’iperprotezionenei confronti del figlio, non è in grado di reagire alle manifestazioni spontanee del bambino, che blocca, spingendolo invece, verso l’adesione alle sue richieste, dando origine ad un false self(falso sé).

La madre non “sufficientemente buona”, invece, non ha colto e valorizzato il gesto del figlio ma lo ha sostituito col proprio chiedendo al figlio di dargliene un senso tramite la propria condiscenda. Questa accondiscendenza è lo stadio più precoce del falso Sé, e si sviluppa a causa dell’incapacità della madre di capire i bisogni del figlio. Se le figure significative hanno delle difficoltà per cui non riescono, loro malgrado, a fornire il giusto contenimento e convalida agli stati emotivi del bambino, questo diventa l’unico modo che il bambino riesce a sperimentare per assicurarsi la loro vicinanza ed il loro affetto. Ma volta adulti non sono in grado di contattare i propri bisogni e desideri diventando così dipendenti dal giudizio e dall’approvazione dell’altro, incapaci di accedere ad una dimensione di desiderio ed intimità relazionale, ovvero perdono la dimensione ed il riconoscimento delle parti più autentiche del sé.

Il vero Sé sarebbe quindi il “gesto spontaneo”, l’idea personale, il sentirsi reale e creativo. Il falso Sé, al contrario non farebbe “altro che raccogliere insieme gli elementi dell’esperienza del vivere”. Il bambino impara a “fare finta” di provare altre emozioni, impara a reprimere le proprie considerandole sbagliate o inadatte, diventa abile a mostrarsi diverso da com’è.

La funzione del falso sé sarebbe, quindi, quella di costruire una protezione verso un ambiente ostile che si è rilevato inadeguato ad accogliere il suo bisogno, costringendolo a subire una realtà esterna frustante. Una sorta di maschera che offre “sicurezza” ma comporta anche una grande sofferenza.

Il bambino ha una visione di sé che corrisponde al modo in cui lo vede la madre, che è il suo specchio. Il figlio impara a identificarsi con gli altri attraverso la propria figura materna. A poco a poco, però, il bambino si rende autonomo e la madre si adatterà al cambiamento. Il bambino inizierà così a compiere quei gesti spontanei che fanno parte della sua individualità. Se la madre accoglie questi gesti, il bambino sentirà di essere reale. Se invece questi gesti vengono ignorati, il bambino sperimenta una sensazione di irrealtà. In questo caso si verifica quello che Winnicott chiama “rottura della continuità esistenziale”: una interruzione improvvisa del processo di sviluppo spontaneo del bambino. È in questo che risiede l’origine del falso sé, è come se il bambino diventasse “la madre di sé stesso”: inizia a nascondere alla madre il suo vero Io per proteggersi, le mostra quello che vuole vedere e solo quello.

Si trasforma in qualcuno che non è davvero: il bambino avverte le richieste tacite di chi si prende cura di lui e vi si adegua. Impara a sacrificare le parti di sè più libere e profonde così da soddisfare le aspettative di chi ama e di riceverne in cambio amore. Per il bambino, infatti, a svolgere un ruolo centrale nella futura accettazione della realtà esterna e dei limiti che essa porta con se, è la madre. Quest’ultima assecondando l’esperienza del figlio, gli fornisce nel gioco e con l’immaginazione, una base indispensabile per passare dalla dipendenza all’indipendenza. Durante il gioco, il bambino deve poter coltivare l’illusione della creazione del mondo esperenziale: ma per far questo è necessario che la madre mostri nei suoi confronti una capacità di contenimento empatico (holding), tale da permettergli la piena espressione della sua essenza e di godere così dell’illusione. Ovvero che può controllare il suo ambiente, che può crearlo innocuo e divertente: ad esempio la ripetizione del gioco del nascondino (bu bu settete) il cui la madre scompare dietro le mani e poi riappare.

Una volta poste queste pre-condizioni di partenza, per il bambino sarà più semplice rinunciare pian piano all’idea di aver creato da sè il mondo esterno, modulandosi così alle reali esigenze dell’ambiente. Questo avviene quando una madre che è stata “sufficientemente buona” ma non nel caso in cui abbia anteposto, sostituendoli, i propri bisogni a quelli del figlio. In quest’ultima situazione il passaggio all’indipendenza è compromessa, poiché il bambino avverte le richieste di chi si prende cura di lui e vi si aderisce, considerando quelle giuste e le proprie errate. Il prodotto di questo ambiente non facilitante e poco responsivo ai propri bisogni è quindi il Falso Sè.

Un Sè che prende vita e si struttura sulla base dello scarso contenimento genitoriale, specie di quello materno: è un Sè non autentico né spontaneo, ma finto e condiscendente, che in qualche modo resta costantemente sintonizzato sugli impliciti bisogni dei caregiver. Non ha avuto modo di sviluppare e consolidare un senso di continuità di se’: percependo l’ambiente come poco affidabile e minaccioso a causa della mancata mediazione materna, il bambino per difendersi da un contatto più reale e profondo con l’altro metterà in campo il Falso Sè, così da proteggere e conservare quello Vero, pur sempre presente, che in questo contesto, se esposto, rischierebbe l’annientamento. Nel tempo, il bambino imparerà a confondersi coi bisogni più radicati di chi si prende cura di lui negando l’esistenza di parti di sé e modellandosi in funzione dell’altro; così facendo, impedisce a sè stesso di sperimentare in modo libero e autentico i suoi colori emotivi. Rinuncerà perciò alla sua affettività, che comprende anche la rabbia, la paura, l’invidia, l’impotenza e la gelosia, emozioni queste, che per essere vissute in modo sereno hanno bisogno di uno spazio che le contenga e le comprenda ma mancando l’adulto dietro di sè che gli permette la loro espressione, il bambino confina dentro di sè i suoi innumerevoli stati emotivi.

Gli effetti del falso sé.

Le persone che fondano il proprio senso di identità su un falso sé appaiono spesso adeguati, adattati alla realtà che li circonda, a volte anche eccellenti, come succede con i bambini prodigio descritti da Alice Miller. Il “dramma del bambino dotato” è, infatti, l’adeguarsi ai bisogni delle figure di accudimento, ma questo comporta la rinuncia alla propria vasta emotività, poiché deve soffocare i sentimenti non accettati dai genitori. La sua personalità viene negata, con la conseguenza di un’insicurezza affettiva (“questa emozione è corretta o dovrei provare qualcos’altro?”).

Il conformismo e l’acquiescenza non producono quei sintomi e quelle manifestazioni che di solito attribuiamo ad una sofferenza psicologica, non causano allarme o preoccupazione. La persona vive in una gabbia vuota senza poter/saper esprimere la sua sofferenza senza poterla mostrare: senza possibilità di “scappare” e senza che qualcuno se ne accorga.

La vulnerabilità al giudizio e il bisogno di accondiscendere ai desideri altrui sono tratti di personalità che si ritrovano in tutti, anche nelle personalità che funzionano ad alto livello, ma diventano un problema quando sono l’unico e il solo rigido criterio su cui si fonda il senso di identità: non è solo l’assecondare il volere altrui, rappresentato dai suoi giudizi, valutazioni, preferenze, ecc.. ma c’è una identificazione con tale volere, senza riuscire a esprimere la propria dimensione autonoma di volontà e di desiderio.

Una persona con un falso sé tende a trasformare la realtà in un oggetto della ragione, e non dell’emozione, degli affetti e degli atti creativi, cerca di proteggersi con l’intellettualizzazione della realtà. Se la difesa riesce l’individuo è percepito come normale. Tuttavia, vive la vita come come qualcosa di estraneo, la percepisce come se non fosse sua. Non riesce a sentirsi felice per i suoi successi né apprezzato, anche quando effettivamente lo è. Questo accade perché avverte che in realtà è il suo falso sé ad avere successo o a essere apprezzato. Questo segna una rottura con sé stesso e con il mondo. Il suo vero Io resta confinato, fantasticando e sperimentando un malessere che non riuscirà mai a comprendere davvero.

Un altro aspetto è la difficoltà di amarsi e di entrare in relazione intima ed empatica con l’altro. Scoprirsi, svelarsi diventano passi difficili, mostrare all’altro il vero sé comporterebbe non solo il rischio di essere ferito o rifiutato, cosa data quasi per scontata, ma di essere distrutto. All’interno dei rapporti affettivi quindi lincapacità di condividere un’intimità autentica, rende problematico riuscire a costruire un legame soddisfacente ed appagante sia per la persona col falso sé sia per l’altro e può causare la costruzione di un rapporto insolubile ovvero i due potrebbero non essere in grado di prendere altre strade e di scegliere per sé stessi, rendendo impossibile uscire dalla gabbia di “finzione” che hanno costruito. Oppure l’impossibilità di creare un legame duraturo.

Esistono vari livelli di falsificazione del sé. Quello più semplice riguarda l’assumere un atteggiamento cortese e si adatta alle norme e agli ordini. Invece nel caso più grave troviamo la schizofrenia, uno stato mentale in cui la persona appare dissociata, fino ad arrivare al punto in cui, praticamente, il suo vero Io scompare. Lui ha imparato ad aderire costantemente ad un Sè costruito su misura, così da poter adempiere nel migliore dei modi alle richieste ambientali e continuare a “stare al mondo”. Il prezzo da pagare però è altissimo ovvero la mancata acquisizione di un sentimento di realtà: egli non si percepisce né si sente “reale”.

quando crolla tutto.

Scoprire il proprio io è spesso un cammino impervio disseminato di vari ostacoli, tutti abbiamo dovuto affrontare diversi generi di difficoltà con le quali ci siamo confrontati e da cui siamo usciti cambiati. Noi siamo il frutto della nostra storia, del nostro passato e di quei compromessi che si sono fatti per crescere e sopravvivere. Tutti abbiamo dovuto scendere a patti, cedere qualcosa per ottenere ciò che desideravamo: affetto, considerazione, amore. Quando però i compromessi sono stati troppi e troppo profondi il nostro mondo interno può averne risentito. Una delle conseguenze è appunto il falso sé che si è iniziato a creare, in risposta alle esigenze di sopravvivenza ad un “mondo esterno” inadeguato, una personalità che ci si è appiccicati addosso, a cui si è creduto profondamente, che ci ha permesso di andare avanti senza soffrire troppo.

Accade però che la persona tenti di liberarsi del proprio Falso Sè, sostituendo alla finzione se stesso, nonostante questo possa “funzionare” adeguatamente e possa paradossalmente meglio rispondere agli standard di desiderabilità sociale, tanto da essere considerato ”lui”, quello autentico. Va da sè che, maggiore sarà lo spazio occupato dal Falso Sè nell’intera personalità, tanto sarà l’incombente minaccia di annientamento a cui è esposto quello Vero. E’ esattamente questa sensazione di irrealtà sente la persona alla disperata ricerca della sua autenticità.

Il falso sé è un vestito comodo, indossato per anni, ormai conosciuto sicuro funzionale, ha dominato la propria realtà, inserendosi nel rapporto con noi stessi e con gli altri. Ha difeso il vero sé, come una sorta di armatura. Ci si è affidati a lui, perchè permetteva di leggere e sopportare il mondo in cui siamo cresciuti e contemporaneamente ottenere gratificazioni dalle persone che ci stavano intorno: tutto quasi perfetto. Purtroppo la sua perfezione cela una falla: il tradimento di noi stessi.

Aderendo a qualcosa che non è la propria natura, la persona ha dovuto rinunciare ad una fetta importante della vita. Ponendo l’individuo in qualcosa di artificioso: si è vissuto in una menzogna. Si è compiaciuto gli altri, dimenticando però sè stessi.

A volte, il falso sé si mantiene tutta la vita continuando ad indossarlo e a seguire le sue indicazioni. Spesso però la sua presenza porta ad una fase di rottura, durante la quale si passa attraverso vari tipi di sofferenza: senso di vuoto, di soffocamento, confusione, rabbia furiosa, depressione o panico.Tutti indicatori del fatto che il falso sé sta crollando e la propria natura più autentica, con le sue aspirazioni, le sue esigenze, le sue passioni ed il suo linguaggio inizia a chiedere di essere ascoltata. Questo solitamente si verifica in un momento di forte crisi, confusione o dolore e portare a decine di interrogativi, verso noi stessi ed il nostro passato.

Che fare?

Individuare la presenza di un falso sé è spesso causato da una crisi, un momento difficile, che rimette in gioco molte aspetti della propria vita, ed è una presa di coscienza dolorosa: all’improvviso scopriamo che qualcosa in noi, di cui ci siamo fidati, non era cosi in linea con la nostra natura.

Può però diventare un momento di crescita. Una volta scoperto, esplorato e compreso – il falso sé non si crea mai per caso – è possibile finalmente trovare aspetti più importanti e soddisfacenti per la propria vita ed il proprio futuro, uscendo dai circoli viziosi che in cui spesso si è intrappolati.

Il suo lento abbandono permetterà l’emergere del vero sé che è stato sempre presente. È un po’ come lasciare una strada che non ci stava più portando da nessuna parte per entrare in un sentiero che sentiamo come nostro, che ci appaga e parla alle parti più profonde di noi stessi.

Questo è un processo che quasi sempre si verifica all’interno di un percorso psicoterapeutico: le questioni ed i temi affrontati, oltre ad essere quelli della vita quotidiana e dei problemi più impellenti, devono sempre andare verso la ricerca del nostro sé più vero ed autentico.

Tutto ciò consente di ottenere dei cambiamenti profondi e duraturi, che ci porteremo dietro per il resto dell’esistenza.

L’avvicinarsi al vero sé ci fa stare meglio, benchè sia sempre un’esperienza in cui si fondono dubbi, dolore e confusione. Sentiamo che è qualcosa di nostro, più maturo, consapevole ed autentico.

Il vero sé diventa una fonte di nutrimento e di guida, che bonifica la sofferenza inutile ed i conflitti esasperanti. Naturalmente i problemi e le difficoltà sono parte dell’esistenza e non cesseranno, ma sentiremo di poterli affrontare in un modo diverso, come se avessimo un alleato interno che prima ci era sconosciuto e che ci rende più in sintonia con noi stessi e più sereni nei confronti del mondo.

Conclusioni

Il falso Sé nasce, dunque, come difesa del bambino di fronte ad un ambiente primario che non si adatta sufficientemente bene ai suoi bisogni.

Mediante il falso Sé il bambino si crea un sistema di rapporti falsi che sembrano reali, egli “diventa proprio come la madre, la balia, la zia, il fratello e qualsiasi persona che in quel momento domini la scena” . L’esistenza del vero Sé è così nascosta, poiché ci sono richieste ambientali impensabili e la realtà diviene non tollerabile.

Naturalmente ognuno di noi ha, in misura variabile, un falso Sé, poiché, senza di esso, saremmo persone “con il cuore in mano”, troppo vulnerabili di fronte agli altri.

Da adulto, però il bimbo che ha un falso Sè importante, su cui basa la sua vita di relazione, sarà depresso oppure si nasconderà dietro ad una facciata di grandiosità maniacale.

Autori come Donald WinnicottHeinz Khout e Carl Rogers hanno contribuito allo sviluppo di nuove correnti di pensiero nella psicologia e nella psicoterapia dei disturbi dell’identità. I loro contributi e quelli di altri hanno aiutato i terapeuti a comprendere come la sofferenza di un paziente con un problema di identità, come il falso sé, non esprimesse un conflitto fra desideri o motivazioni contrastanti (come voleva la più tradizionale visione della prima psicoanalisi freudiana), bensì un “empasse” nello sviluppo del sé e dell’identità che necessitava di un ambiente relazionale empatico e rispecchiante – quale quello della relazione terapeutica – per completare un processo di crescita e maturazione psicoaffettiva.

Scrive Winnicott: “la psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta; la psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme (…) quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente a uno stadio in cui ne è capace” (Gioco e realtà, 1971, p.72).

Bibliografia

  • Winnicott D. W. (1960). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma.
  • Winnicott D. W. (1975). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Feltrinelli, Firenze.
  • Winnicott D. W. (1971). Gioco e realtà. Fabbri Editore, Milano.
  • Miller A. (1985) Il dramma del bambino dotato, Boringhieri, Torino
  • AA. VV. Il pensiero di D.W. Winnicott, Armando Editore, Roma, 1982