Non riesco a stare a dieta

“Un uomo non può pensare di pensare bene, amare bene, dormire bene se non ha mangiato bene”. Virginia Wolfe

Decidere di iniziare una dieta è una realtà comune, almeno una volta nella vita ognuno di noi ha fatto questa scelta. I motivi posso essere diversi: per ritrovare la forma perduta, a causa di problemi di salute, per delle allergie/intolleranze subentrate col tempo, ecc.. La tendenza diffusa sembra essere quella di seguire diete fai-da-te, sessioni interminabili in palestra, passando attraverso una sorta di “ossessione dieta” in relazione ad un vissuto di inadeguatezza nei confronti del proprio corpo appesantito da qualche chilo in più.

Uno dei problemi della dieta, però, sta nei suoi aspetti psicologici. Quando si decide di seguire un programma alimentare spesso si affronta con entusiasmo per alcuni giorni, ma si cede dopo alcuni giorni o settimane: “Non ce la faccio proprio, ho troppa fame…”, “Non ho forza di volontà”. In seguito a quello si sviluppano vissuti di disistima, di colpa, di vergogna.

I motivi per cui non si riesce a seguire un regime alimentare spesso non dipendono dalla buona volontà ma da fattori psicologici che intervengono boicottando il mantenimento dei buoni propositi. Lo stare a dieta allora diventa difficile come smettere di fumare, sono infatti implicati sottili meccanismi psicologici spesso inconsci, legati ai significati ed agli scopi che per difesa, per abitudine, per semplicità o altro ancora attribuiamo al cibo. Il mangiare, in realtà, non è la sola realizzazione di un bisogno naturale di sopravvivenza ma veicola differenti motivazioni e soddisfazioni. In questi casi non si parla di disturbi alimentari ma solo di meccanismi legati a degli aspetti di vita o a delle abitudini dis-adattive, conoscerli significa controllarli e non esserne più schiavi. Si può allora rivolgersi ad uno psicologo che accompagna all’interno di un proprio percorso di analisi del comportamento alimentare e degli stati emotivi così da individuare quegli automatismi e quelle difficoltà che sottostanno al “bisogno” di cibo, arrivando a sostituirli con atteggiamenti costruttivi ed adattivi.

Il pensare in termini di “buona volontà” o di “fare uno sforzo” spinge solo a sensazioni di fallimento e incapacità se non si riesce a mantenere il programma deciso. Spesso però se si riuscisse a rinunciare ad una parte del cibo, o a correggere delle abitudini, non si registrerebbero i numerosi fallimenti che si hanno nel campo delle diete. Il problema maggiore non sta quindi nel perdere peso, ma nel mantenerlo basso. Questo lo si può fare solo cambiando le proprie abitudini, assestandosi su un equilibrio psicologico diverso.

Mangiare troppo o troppo poco

Davanti a problemi acuti o cronici, molte persone cambiano il loro modo di alimentarsi. Questi problemi possono essere i più vari, possono andare da un lutto grave fino alla causa più futile e ridicola. I problemi acuti (una crisi di ansia, un’arrabbiatura, una delusione, la perdita di un oggetto…) o cronici (l’insoddisfazione per la vita che si conduce, le incomprensioni con il partner, un lavoro insoddisfacente o la paura di perderlo, le piante del terrazzo che sono meno belli di quelli del vicino o la disperazione più nera) possono incidere sul comportamento alimentare. Possono, infatti aumentare l’ingestione di cibo o possono diminuirla (variazione quantitativa). Possono anche aumentare il desiderio di certi cibi (es. cioccolato, dolci…) invece di certi altri, o il loro rifiuto selettivo; si ha in quest’altro caso un’azione non più quantitativa ma qualitativa.  Quando il bisogno di cibo si fa pressante, si parla di bulimia o di iperfagia. Quando invece non si ha voglia di alimentarsi, e si diminuisce di peso anche non volendolo si parla di anoressiaCirca il 10% della popolazione Italiana soffre di disturbi del comportamento alimentare (anoressia nervosa, bulimia nervosa, obesità, atipicità alimentare).

I disturbi del comportamento alimentare non si esprimono soltanto nell’anoressia e nella bulimia delle adolescenti; oramai la clinica e la ricerca psicologica hanno evidenziato come anche l’obesità assuma caratteristiche psichiche di disagi emozionali e, appare oramai superato, il considerare questi disturbi come esclusivamente femminili visto che il corrispettivo maschile lo si può rintracciare nell’ossessione sportiva e/o nella muscolarizzazione del corpo che colpisce soprattutto uomini che intraprendono attività sportive e regimi alimentari dietetici volti alla trasformazione del corpo in modo patologico.

Rilevante è anche l’emergere, nella popolazione non considerata a rischio, di un approccio nei confronti dell’alimentazione che si avvicina ai criteri psichiatrici di disordini alimentari con aspetti quali diete estreme o iperalimentazione impulsiva. Nei paesi occidentali, compresa l’Italia, nella fascia d’età 12-25 anni, su 100 ragazze 8-10 soffrono di un qualche disturbo del comportamento alimentare. Di queste, 1-2 presentano un D.C.A. in forma grave (Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa) per le quali le terapie sono spesso lunghe e faticose, le altre di un qualche quadro a specifico, più lieve e spesso transitorio.   Il livello di gravità di queste patologie evidenzia come dietro questi sintomi si nascondano malesseri psicologici di muta disperazione, di autodistruttività, di problemi inerenti il controllo della propria vita, dell’autostima, di sentirsi adeguati e non rifiutati dagli altri, accolti, accettati, amati e mai più soli.

Queste emozioni struggenti e il senso di percepire dentro di sé un vero e proprio difetto, una paradossale e assurda inadeguatezza che soltanto il controllo del cibo o il vomitarlo tutto o il bruciarlo attraverso lezioni di sport può colmare. L’angoscia per il sentirsi leggeri è l’espressione sintomatologia di un problema interiore che viene esportato sul corpo-pelle, sulla superficie più esterna del sé perché difficilmente integrabile con se stessi.

Emozioni e cibo

Le emozioni fanno parte delle esperienze umane e, di per se stesse, non hanno alcunché di anormale. Quando queste influenzano a tal punto il comportamento alimentare da risultare quasi impossibile ‘controllare’ il proprio regime dietetico, a livello di quantità e qualità dei cibi, si parla di fame emotiva. Questo, tuttavia, non significa che alla base di ogni forma di disordine alimentare ci siano solo fattori emotivi, bensì anche altre variabili quali, l’ereditarietà, la costituzione, la quantità di attività fisica. La fame emotiva può essere scatenata da una o più emozioni. Essa può protrarsi per un periodo di tempo di lunghezza variabile, da alcuni minuti, ad alcune ore, dopo l’insorgere dello stato emozionale. Può suscitare la voglia di un cibo specifico, di un alimento di una determinata categoria, oppure il desiderio generico dell’atto di cibarsi in sé. Sembra che gli episodi di fame emotiva siano più ricorrenti tra le donne, in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, sentimenti negativi verso se stessi, rabbia, disagio generico, in concomitanza con una dieta molto restrittiva, o alternata a periodi di grandi abbuffate. In quest’ultimo caso, in particolare, sembra che la deprivazione di cibo renda più sensibili agli stimoli alimentari, che vengono percepiti più piacevoli, rispetto alla media.  Pare, inoltre, che le persone soggette a tali episodi siano particolarmente suscettibili a intensi sbalzi d’ansia e di depressione. 

La fame emotiva si presenta secondo alcuni schemi temporali, specifici per ogni soggetto, in particolare: nel pomeriggio, alla sera, prima o dopo cena, oppure, in modo intermittente, nel corso della giornata. Al termine dell’episodio di fame emotiva, i vissuti più ricorrenti sono: il sentirsi sovrappeso, anche se, nella maggior parte dei casi, non lo si è, la rabbia nei propri confronti, la vergogna, la stanchezza, il senso di colpa. Nonostante le possibili conseguenze negative connesse, l’abbuffata permette di raggiungere, in modo più o meno consapevole, un obiettivo: distrarsi, almeno per un periodo di tempo, dalle proprie emozioni negative.  Il corpo, intermediario dell’incontro con l’altro, perde il significato di luogo della comunicazione e si trasforma in un corpo da cambiare o da distruggere tramutandolo in materia attraverso la quale si può raccontare l’angoscia.

Esiste un rapporto circolare tra emozioni e abitudini alimentari: determinati vissuti emotivi possono indurre il desiderio di alcuni cibi e questi, a loro volta, sono in grado di influire, almeno in parte, sullo stato emotivo. Anche le emozioni della vita quotidiana sono in grado di influire ampiamente sulla qualità e sulla quantità di cibo assunto, in qualsiasi fase e contesto di vita. Infatti, tra gli anziani residenti in istituti vi è una relazione negativa diretta tra assunzione di cibo e ansia, diretta e positiva con una depressione di lieve entità, indiretta e negativa con la rabbia, indiretta positiva, nel caso di emozioni positive. Sulla medesima linea si collocano i risultati di altri studi che hanno evidenziato vissuti di piacevolezza connessi all’alimentarsi, in concomitanza con la gioia. A sua volta, l’assunzione di determinati alimenti è in grado di influenzare lo stato emotivo. Per esempio, i pasti ricchi di grassi richiamano notevoli quantità di sangue dal cervello allo stomaco e all’intestino, al punto da indurre un rallentamento dell’attività cerebrale, con conseguente sonnolenza e apatia. L’assunzione di carboidrati, invece, è in grado di indurre un senso di tranquillità e di benessere, perché contribuisce ad elevare il livello di serotonina nel sangue.

All’inizio

Se il cibo viene utilizzato, fin dall’infanzia, come gratificazione, conforto, sostituto dell’affetto, arma di ricatto, di offesa, può sorgere un rapporto distorto con il cibo e con l’atto dell’alimentarsi in generale. In questo senso, alcune abitudini assunte precocemente possono diventare particolarmente deleterie e difficili da sradicare.  Esistono, inoltre, anche fattori culturali e sociali, che possono influire sul rapporto con la sfera alimentare. La tendenza a volersi adeguare a tutti i costi a modelli stereotipati di immagini maschili e femminili socialmente approvati, può indurre a seguire regimi alimentari poco salutari. Le diete squilibrate, a loro volta, espongono a maggiori rischi di turbamenti emotivi che, di conseguenza, accentuano l’intensità e la frequenza degli episodi di fame emotiva.

Le soluzioni possibili

La prima cosa da fare consiste nel chiedersi che cosa vi sia alla base dei propri episodi di fame emotiva. Che cosa si desidera rifuggire? A cosa non si vuole pensare? Si tratta di un senso di ‘vuoto’ che si tenta di colmare con il cibo? È un senso più ampio e diffuso di disagio ..? O.. che altro..?

In quest’ottica, risulta fondamentale saper riconoscere e gestire le emozioni alla base di ogni comportamento umano. In secondo luogo, è importante cercare di riscoprire il valore di se stessi come individui e i propri aspetti positivi. Imparando a concedersi delle gratificazioni, quando necessario, e a non mortificarsi in continuazione, se non si rispecchia il proprio ideale di persona.  Cercare infine, di conoscersi maggiormente, individuando in propri punti di debolezza e di forza, facendo leva su questi ultimi, per cercare di valorizzare se stessi, crescere interiormente, coltivare nuovi interessi e instaurare nuove relazioni sociali, in modo da distrarre il proprio pensiero dal cibo.  Superare quindi l’idea che il senso di sé e dell’equilibrio interiore dipendano nell’attualità dal modello alimentare utilizzato.

Ritrovare quel giusto senso di sé che fa stare bene e che non è dato da una ricetta uguale e certa per tutti ma che dipende dal personale ed esclusivo modo di essere di ciascuno di noi; il giusto modo di alimentarsi, dopotutto, è quello che consente di ottenere un equilibrio tra salute e il piacere di mangiare.  Il mangiare è per vivere, per quello che realmente è: nutrirsi, da soli o insieme agli altri, gustando cose buone. E’ giusto mettersi a dieta per ritrovare la forma perduta ma con equilibrio e razionalità. Dieta non significa digiuno o disordini alimentari né privarsi ossessivamente e in modo estremo del cibo. Cibo che comunque, dovrebbe rimanere il più possibile lontano e spogliato dai significati psichici ed emotivi profondi che vi si possono attribuire.